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Recensione

Altre Collane : State of Emergency
Edizione Penguin Books Puffin Imprints 1969
autore/i Dennis Guerrier,Joan Richards
Recensore Dragan

Il “papà” dei librogame ha mezzo secolo ben portato


Il presidente del Consiglio sei tu, ma che succede quando da governare non c’è la tragicomica Repubblica Italiana, ma quella anche più pericolosa del Lakoto, immaginaria ex colonia britannica che ha appena conquistato l’indipendenza? Domanda cui prova a dare a risposta un vero e proprio pezzo di storia della narrativa interattiva: “State of emergency”, geniale doppio senso nel titolo che contempera assieme lo stato di emergenza in corso con la minuscola per la situazione e la maiuscola per la nazione.

Quel poco che sappiamo sugli autori è nelle loro biografie a inizio volume: Dennis Guerrier, ex soldato e “civil servant” con la passione dell’apprendimento programmato fin dal 1963 e la voglia di sperimentarlo sull’intrattenimento durante le notti allungate dalla sua insonnia cronica; e Joan Richards, docente di letteratura francese coinvolta nel servizio civile.

L’opera stampata dalla tradizionale Penguin Books risale addirittura al 1969. Improprio definirlo un librogame fatto e compiuto, sebbene ci si vada davvero molto, molto vicini, tanto che, al contrario, risulta secondo chi scrive pienamente accettabile la definizione di “romanzo interattivo”, in cui si naviga alternativamente tra le pagine scegliendole da bivi e rimandi, à la Time Machine per intenderci.

“Do-it-yourself novel”, romanzo fai da te, viene giustamente detto in copertina, rilevando con orgoglio che si tratta del primo, in cui “il lettore orienta il corso dell’azione”. Definizione calzante e rimasta immutata.

L’approccio è misto. Le lunghe sezioni narrative fanno progredire la storia del protagonista, il primo ministro Toumi Okobo, alle prese con complesse valutazioni di politica interna ed estera, trame ordite da voltafaccia della sua corte che puntano a rovesciarlo, il peso crescente dell’autorità dei militari che preparano un golpe, ribellioni popolari di minoranze etniche che minano il suo potere agli occhi della sua gente e del mondo, confini minacciati da scorrerie dei Paesi confinanti, e come ciliegina una moglie bianca in procinto di separarsi da lui portandosi dietro i figli nella natia Inghilterra.

Ma una volta al termine dei capitoli di pura narrazione in terza persona, al momento degli snodi il modo di fare degli autori, che si rivolgono direttamente e in coppia al lettore, diviene prettamente pedagogico: è la peculiarità del “programmed entertainment” citato in copertina, l’intrattenimento programmato diretto discendente dell’apprendimento programmato, nel quale lo studente sceglieva tra i bivi la corretta soluzione di un problema: il “nonno” dei librogame, se si accetta di considerare “State of emergency” uno dei genitori.

Proprio in virtù dell’approccio pedagogico, dovendo per esempio scegliere l’opzione migliore tra quattro possibili strategie politiche, imboccare il percorso sbagliato non andrà a influenzare la storia negativamente. Al contrario, gli autori usciranno allo scoperto, spiegando al lettore i perché e i percome dell’avventata soluzione, rimandando indietro al bivio di partenza e invitando a mosse più oculate, in alcuni casi anche con sarcasmo: o abbiamo spiegato male, o non hai capito niente, sarà il loro messaggio schietto!

A leggere questa particolarità di struttura con gli occhi di oggi, sarebbe inevitabile considerarla un difetto che rende il “game” solo apparente e il “libro” troppo libro, e ben poco interattivo. Ma non può essere certo questo il modo di porsi corretto con quest’opera pionieristica. Bisogna, piuttosto, apprezzarne il modo sofisticato in cui è stata congegnata, tenendo presente che, in rapporto all’epoca, 1969, rappresentava qualcosa di completamente inedito nel mondo della narrativa non per bambini.

Completa il quadro, e aiuta il lettore-premier a orientarsi nelle scelte, una serie di materiali integrativi dei generi più disparati: report confidenziali sulla situazione in Lakoto, articoli di giornale locali e stranieri per captare gli umori dell’opinione pubblica, lettere, testi e spartiti di canzoni tradizionali e inni nazionali, perfino approfondimenti grammaticali della locale lingua Cantarbi. Anche in questo caso sono i bivi a invitare, prima di prendere decisioni sconsiderate, a trovare conforto nella ricca appendice.

Mancano, invece, illustrazioni, se si eccettua una trascurabile serie di francobolli del Lakoto dedicati a soggetti animali, presenti tra i dossier in coda, e soprattutto la rappresentazione della bandiera di questo “Stato d’emergenza”: un incrocio di due mezze lune bianca e nera sormontate da punte di lancia, disposte in modo speculare e con sfondi invertiti.

Non resta, allora, che tuffarsi nelle avventure del presidente Okobo, a partire dalle scelte strategiche sullo sviluppo e l’energia, la gestione dei rumors sui traditori nell’esercito, la reazione all’uccisione di un giornalista francese, le modalità d’acquisto di armi da potenze straniere, i rapporti ambigui con l’Onu e la comunità internazionale.

Non sempre la scelta “giusta” sarà anche quella più efficace o sortirà gli effetti migliori: sono gli stessi autori a rassicurare in tal senso, facendo notare come l’uomo di potere spesso si trovi a prendere decisioni in tutta solitudine, i cui effetti negativi o nefasti potranno avere riscontro solo nel medio o lungo periodo.

Altro passaggio interessante, nonché di stretta attualità perfino mezzo secolo dopo, sarà quando, alle prese con un generale dell’esercito divenuto troppo potente, tanto da usare l’elicottero da guerra come trasporto personale, la proposta melliflua dei servizi segreti sarà semplicemente quella di metterlo a tacere per sempre. Qual è il confine tra una neonata democrazia e una dittatura? Macchiarsi di un primo delitto resterà un caso isolato o diventerà la soluzione più comoda? Il ricorso agli omicidi politici farà di un capo del governo legittimamente eletto un tiranno come tanti altri? Anche qui la risposta che gli autori affidano al lettore non sarà univoca e la decisione presa non definitiva.

In sintesi, un autentico reperto di straordinario valore storico della narrativa a bivi, e già solo per quello andrebbe preso e conosciuto. Ma in aggiunta, una bella storia, ricca di profondità e magnificamente scritta da chi, evidentemente, i giovani staterelli africani del tempo deve averli visitati e conosciuti, e anche bene.

Longevità 6.5: 

È un libro da leggere una volta sola, ma vale la pena sfruttare fino in fondo il meccanismo di ripetizione e giocare, e meditare, tutte le scelte, per capire come mai non bisogna comprare armi da quella nazione, o non bisogna prendere quella decisione in Consiglio dei ministri, e così via.

Difficoltà 6: 

Azzerata dalla possibilità di tornare su ogni scelta senza danno, non ci sono instant death, ma si procede sereni verso l’esito. Certo, azzeccare al primo colpo la migliore strategia governativa su quattro chance anche molto diverse tra loro non è sempre facilissimo, anzi quasi mai.

Giocabilità 7: 

Si scorre assolutamente sul velluto, concentrandosi sulla storia ben narrata fino al momento dei bivi dove si torna a ricordarsi che sì, è anche un game: la magia del romanzo interattivo.

Chicca: 


Una storia strutturata così come detto era qualcosa di completamente inedito mezzo secolo fa. Tanto nuovo da vedersi che, in alcuni casi in cui si è fisiologicamente portati a girare pagina, invece di saltare al paragrafo corrispondente corretto, che magari si trova più avanti o più indietro, gli autori si sentono costretti a scrivere in maiuscolo un avvertimento: “Non leggere questa pagina finché non ti viene detto di farlo!”. Quello che a noi oggi sembra scontato e che all’epoca era, per la prima volta, una nuova modalità di fruizione di un volume.

Totale 7: 

La storia con la s maiuscola e minuscola, una tematica politica che rimane innovativa e poco battuta anche molti anni dopo nonché problematiche che restano fortemente attuali: un gioiellino che non deve mancare in libreria.