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Recensione

Django 1: Il Grande Django
Edizione Librogame's Land 2014
autore/i Federico Bianchini
Recensore Dragan

Un’avventura a bivi che ha per protagonista uno dei personaggi più controversi del vecchio West: il pistolero ed ex soldato nordista Django, occhi chiari e abito scuro, che si trascina una cassa da morto con dentro una letale sorpresa, frutto della fantasia del regista e sceneggiatore Sergio Corbucci e magistralmente interpretato da Franco Nero nel film cult del 1966.

Un’idea affatto male, quella di Federico Bianchini, storico utente di Lgl e prolifico autore di racconti interattivi, che nel 2014, dopo una fase di test e correzioni durata perfino anni, l’ha resa concreta con la pubblicazione tra i Librinostri.

L’operazione, va detto subito in sede di recensione, sembra riuscita solo in parte: da un lato, infatti, ci si trova di fronte a un ottimo western, solido, con una buona trama, forse giusto solo un filino troppo corta da dipanare, e un sistema di gioco articolato, ma che presenta novità interessanti e al prezzo della complessità generale garantisce una certa “potenza” interattiva.

Dall’altro lato, a parte un paio di citazioni che dimostrano la buona conoscenza dell’autore del film di Corbucci e dei western in generale, di cui è appassionato, il protagonista risulta davvero poco caratterizzato e anzi, in alcuni passaggi, e nell’orientamento generale della vicenda, quello che il lettore controlla NON è Django.

Il personaggio di Corbucci, difatti, a vedere bene il film, non è un giustiziere, non è un eroe senza macchia e ha un’etica del tutto peculiare. Ha pochi amici, per loro è pronto a farsi ammazzare, ma non ci mette troppo a tradirli se la situazione non gira come vuole lui. Di tutto questo, nell’opera di Djmayhem, purtroppo, non c’è traccia.

Una volta accantonata l’unica, e pur strutturale, pecca del libro, il prodotto è davvero interessante. Quello che colpisce è l’atmosfera complessiva greve, opprimente. Il West dipinto da Bianchini, non a torto, è un mondo cupo, insidioso, popolato di persone cattive, meschine e derelitte.

La sensazione di pesantezza, presente fin dall’inizio tra albergo e saloon di Gravewood, dove la vicenda prende le mosse, si fa più avvolgente man mano che ci si allontana dal villaggio per farsi tangibile tra le quattro case di Darkstone Hill, fino a diventare insopportabile all’interno delle miniere, dove si entra nel vivo.

Quello che Django si trova davanti è un giallo, in fondo, dalla rapida soluzione: pare che delle figure mostruose stiano infestando le miniere, ci sono delle bambine e ragazzine sparite, c’è una buona possibilità che, in tutto questo, ci sia di mezzo la magia nera di una figura stregonesca. E sì, in effetti le figure mostruose ci sono, le rapite vengono ritrovate, non tutte ahimè sane e salve, lo stregone c’è ed è anche cattivo, e non è il solo.

A dispetto di queste verità facilmente intuibili prima e concretizzate poi, l’autore è bravo a camminare in bilico tra la stregoneria e la spiegazione razionale, con delle soluzioni tanto estreme quanto funzionanti, che danno alla vicenda un clima ancora più straniante, un sapore ancora più nero che dura fino alla fine quando, risolto il duello con il villain, anche la natura torna a respirare, l’aria a farsi cristallina, il lettore a tirare un sospiro di sollievo assieme al protagonista.

Una menzione particolare merita il sistema di gioco, fin troppo articolato per gli amanti delle avventure testuali, peculiarità non incline al mondo del West dove “prima si spara e poi si parla”, ma quell’immediatezza dell’estrarre la Colt di scatto viene meno se bisogna lanciare dadi, sommare, sottrarre, comparare e così via.

Al netto di questa sensazione, squisitamente personale, merita un plauso l’ampiezza delle abilità secondarie inserite, delle variabili di cui si tiene conto (tipi di arma, tipi di ferita, inceppamenti, colpi critici), la chicca della partita a poker, il tutto splendidamente arricchito dalle illustrazioni perfettamente in tono, tanto delle armi e dei soggetti quanto - soprattutto - degli antagonisti, realizzate dall’altro storico Lgler Yanez Servadei.

In definitiva, un’opera da leggere e apprezzare, western con i fiocchi con l’unica pecca di non cogliere appieno l’essenza del personaggio, sperando che l’autore abbia una seconda chance di farlo prima o poi nel sequel, da tempo annunciato ma che non ha ancora visto la luce.

Longevità 7: 

Il percorso è lineare, ma non mancano varianti interessanti che rendono sicuramente proficua una seconda e successive partite. Anche perché la durata della stessa è fortemente influenzata dalla brevità complessiva della vicenda, nonostante la grande offerta di situazioni.

Difficoltà 7: 

La prima parte in paese è determinante per familiarizzare con il sistema di gioco e potersi presentare sulle Dark Hills armati fino ai denti e pronti a sparare come saette. Per rendere alcuni meccanismi delle sparatorie è stato necessario inserire una discreta quantità di calcoli.

Giocabilità 7: 

Il bilanciamento tra gioco e lettura tutto sommato viene centrato, il “motore” è stato ben testato e non ha vicoli ciechi o bug evidenti. L’immediatezza della scrittura di Bianchini dà una mano a gustarsi appieno l’avventura.

Chicca: 

Al paragrafo 204 Django incontra nel suo fatal andare una vecchia impolverata e vestita di stracci: è la Morte, che veglia sempre su di lui. Una citazione altrettanto dotta sempre di un personaggio interpretato da Franco Nero ma che non è Django: si tratta di Keoma, comparso in un film del 1976 scritto e diretto da Enzo G. Castellari, altro nome cult degli spaghetti western.

Totale 7: 

Una buona opera prima (nell'ambito della collana) che promette bene nella speranza che sia seguita da nuovi capitoli, con la raccomandazione all’autore di dipingere un Django che sia davvero nei suoi panni.