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Lupo Solitario dovrebbe, nel giro di due anni, arrivare alla conclusione. Quali iniziative avrebbe senso intraprendere per dare linfa al personaggio dopo la fine delle avventure "canoniche"?

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Recensione

Sherlock Holmes 5: I Dinamitardi
Edizione EL 1991
autore/i Milt Creighton
Recensore Dragan

Quei Dinamitardi che fanno “esplodere” la serie Holmes

Il primo avviso lo dà la costola rosso chiaro, quasi l’unica dal colore sgargiante in una serie, “Sherlock Holmes” della EL, altrimenti contraddistinta da gradazioni seriose di grigio: la quinta della serie non sarà un’avventura come tutte le altre.

Se, in effetti, nei vari altri capitoli si è spesso abituati alle nebbie della Londra vittoriana e alla confortevole atmosfera dei salotti più esclusivi, come recita la memorabile tagline, in questo “I Dinamitardi” le cose si complicano portando il protagonista a mettere in atto infiltrazioni non autorizzate in organizzazioni terroristiche, violazioni di domicilio, perquisizioni illegittime in zone militari, inseguimenti, sparatorie e chi più ne ha più ne metta.

Il tutto con un Holmes stranamente assente che, in fin dei conti, risulta determinante soltanto in un check a inizio avventura che può bocciare o “autorizzare” l’indagine privata. Per concludere la vicenda con un finale migliore, invece, bisogna seguire un “true path” rigidissimo nascosto da piste false e ingannevoli e composto perfino di scelte in apparenza sbagliate o nocive.

Tutto questo in un dipanarsi di continui check ai dadi che denunciano l’età del prodotto ma hanno, in fondo, anche un gustoso fascino vintage. Un cocktail pazzesco, in sintesi, che non può che dividere gli appassionati: il librogame d’esordio di Creighton risulta odioso per molti, irresistibile per altrettanti altri, tra cui chi scrive.

La trama comincia letteralmente col botto: nel pieno delle tensioni della lotta per l’indipendenza o, quanto meno, l’autogoverno dell’Irlanda, un attentato dinamitardo (appunto) devasta la stazione della metro di Paddington. Subito sotto accusa i terroristi che hanno scelto le cattive per condurre la loro battaglia politica.

E finirebbe archiviata così, la vicenda, se non fosse che nell’accaduto rimane accidentalmente (ma non troppo, come si vedrà poi) ucciso il tenente Jonathan Wheeler, parigrado e amico del protagonista Charles Watson, che coincidenza quel cognome, e in fatti del dottor John non è altro che cugino, pur mai visto in precedenza.

Con una decisione che si dimostrerà, in caso di successo finale, davvero poco lungimirante, il superiore del tenente Watson, il colonnello Edward Sterling, comandante del suo reggimento, lo incarica di recuperare gli effetti personali di Wheeler e farli riavere alla famiglia.

Interpretando il compito in modo appena estensivo, l’ufficiale scopre subito discrepanze nella vicenda finché comincia a condurre una sua inchiesta vera e propria parallela a quella della Polizia, che ha molta fretta di chiudere il fascicolo, e anche qui andando avanti diverrà molto chiaro il perché di tale sollecitudine.

Il tenentino è vaso di coccio, anche se si rivelerà duro da rompere, in mezzo a tanti di ferro: i suoi superiori, i terroristi, Holmes, la stessa Scotland Yard, buon ultimo il misterioso Leonidas Club che fa presto la sua comparsa.

La tesi dell’attentato filo-irlandese e del colpo di sfortuna della vittima cade presto, soprattutto se si ha la sorte di riuscire a parlare con il boss dei Dinamitardi, tra l’altro rappresentato in modo tanto canonico da risultare stucchevole: quartiere malfamato, pub di pessima fama, barista-basista, scantinato, candela, cappuccio, idee megalomani, insomma un classico.

E proseguendo nell’indagine, non si può che andare a finire di nuovo in atmosfere di salotti esclusivi, stavolta non confortevoli ma decisamente torbide, nonché gravide di insidie mortali, mettendo assieme i pezzi del puzzle fino a scoprire la dilaniante sottotrama che è il vero motore della vicenda: un complotto di pezzi grossi della politica e delle forze armate per rovesciare The Queen.

Disinnescarlo si può ma, come si diceva in principio, c’è un solo modo per riuscirci, tanti per fallire, perfino alla luce di scelte di primo acchito più logiche. Un bug? Forse, ma più probabilmente un promemoria sull’influenza che può avere il caso nelle vicende umane, chiave di lettura che rende improvvisamente più digeribili tutti quei lanci di dado.

Creighton gioca con il sistema di regole canoniche rendendo del tutto nulli l’equipaggiamento e il denaro, ma al tempo stesso esplodendo una grande varietà di situazioni che rendono, appunto, il mood di gioco e gli avvenimenti quanto di più diverso dalle avventure precedenti e seguenti.

Gli Indizi sono disseminati a macchia di leopardo: non sarà insolito trovarne tre in un solo paragrafo di poche righe, ma quelli che possono indirizzare sul binario giusto la vicenda non saranno più di un paio. Decisioni e Deduzioni svolgono il loro onesto mestiere mentre viene introdotta una terza lista, quella dei Risultati, ovvero azioni proficue o nocive svolte o meno, in un insieme tutto sommato funzionante ma macchinoso.

È, in definitiva, un’avventura più viva e dinamica, più scomoda e ambigua, che non stona rispetto alle classiche “crime story” di Gerald Lientz, con una scrittura davvero magnifica, valorizzata da una traduzione di livello, uno spirito londinese delizioso e un retrogusto di fantapolitica che dà una dimensione diversa e maggiore all’aplomb della serie.

 

Longevità 8: 

Amplificata dalla difficoltà, che potrebbe costringere a tentare e ritentare, variando scelte e strategie, fino a delineare uno straccio di finale finalmente soddisfacente. E anche lì, ci saranno bivi al punto giusto per variare da tenue a pieno il sapore della vittoria, in sostanza per riprovarci ancora.

Difficoltà 8: 

True path strettissimo, lanci dadi con soglie altissime, azioni logiche non sempre premiate da risultati positivi, anche qualche strano incrocio tra Indizi e Deduzioni ai check con Holmes: ce n’è per tutti i gusti.

 

Giocabilità 7: 

Vedi sopra. Un motore pachidermico, sebbene vada riconosciuto funzionante, fa muovere con lentezza una vicenda che di per sé per temi e avvenimenti sarebbe molto molto dinamica.

 

Chicca: 

Il Prologo di per sé costituisce un testo a sé stante ma integrato nella vicenda. Lungo, particolareggiato, ottimamente caratterizzato, fornisce subito il contesto e i dettagli oltre a delineare le indagine che verrà e le ombre dell’attentato. Inoltre... Le spalle larghe del tenente Watson non sono sfuggite alle signorine in chiesa giù a Kingston, ci fa molto piacere saperlo.

Totale 7.5: 

Un classico del genere librogamistico investigativo e probabilmente il volume di maggiore personalità di tutta la serie Holmes. Un libro del cuore.